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Chi è Cristina Zandonella

Dall’età di dieci anni ho visto la mia miopia incrementarsi di anno in anno senza che potessi fare niente per arrestarla. Come mai? La miopia non si arresta con la crescita?. Così avevo letto sui testi consultati.

Cristina Zandonella

Il mondo che mi circondava era sempre più sfuocato, sempre più ovattato anche perché mi rifiutavo di portare gli occhiali. Andando al liceo non riconoscevo i miei compagni e questo mi faceva vivere nella rassicurante illusione che loro non percepissero la mia presenza. A vent’anni il difetto aveva raggiunto le 6.00 diottrie di miopia e 2.00 di astigmatismo e continuava a progredire...

Mio padre

Il papà era medico condotto di una comunità di piccoli paesi di montagna nel nord del Veneto. Mi ha insegnato che per curare bisogna occuparsi dell’intera persona.
Non c’erano disturbi che si rifiutasse di trattare perché non erano il suo campo. Il medico condotto, in quegli anni, non poteva certo seguire l’attuale medicina specialistica. Utilizzava poche medicine e lasciava che la malattia facesse il suo corso. Aveva estrema fiducia nella capacità dell’uomo di risanarsi dando libertà di azione alle forze della natura.

La malattia linguaggio del corpo

Con il suo esempio mio padre mi aiutò ad affrontare un disturbo di amenorrea, assenza di mestruazioni, che mi accompagnò dai quindici ai vent’anni. Non c’era nulla di organico. Si trattava di un blocco psicologico.
Provai di tutto: colloqui con una psicologa, la psicoterapia, alcuni farmaci.
Trovai conforto nella pratica dello yoga. Questa disciplina orientale mi aiutava a dialogare con il mio essere e ad accettare i suoi disturbi.

Continuavo a cercare di dominare il mio corpo con la razionalità, volendo a tutti i costi interpretare quanto mi stava succedendo. Ad un certo punto mi resi conto che, attraverso la malattia, il mio corpo stava comunicando con me e quello era il suo linguaggio. Non mi era nemico, anzi, stava solo cercando di evitarmi guai peggiori. Compresi che i disturbi arrivano per aiutarci a cambiare ed acquisire una nuova consapevolezza. Ma non riuscivo ad interpretare il messaggio del mio corpo. Nessuno mi aveva ancora insegnato quel linguaggio.

Il medico antroposofo

Poi incontrai un medico che seguiva la medicina antroposofica, secondo gli insegnamenti di Rudolf Steiner. Parlava di anima, di influenze spirituali, investigò accuratamente il mio stato di salute risalendo fino alla mia infanzia. Il suo interesse non era rivolto solo alle mie malattie, ma anche all’atmosfera affettiva nella quale queste si erano verificate.

Un giorno mi chiese se nella vita mi ero sentita poco amata. Quella domanda così diretta mi imbarazzò. Non seppi cosa rispondere, non avevo mai ragionato su me stessa in termini di amore.
Poco a poco mi abbandonai alle sue cure. Sentivo che era entrato in relazione con quella parte di me che era stata ferita, delusa, ingannata e rifiutata. Mi sentii accolta, con amorevolezza e discrezione nello stesso tempo.

La guarigione

Di ritorno da una seduta con questo medico mi accasciai su una panchina, mi sentivo liberata da un enorme peso che mi ero portata appresso fino a quel momento. Tutto a un tratto mi resi conto che non mi ero sentita abbastanza amata. Non lo avevo compreso con la mente, ma con la sensazione. Percepivo quel grande bisogno di amore che mi portavo dentro e che finalmente affiorava alla coscienza.
Ebbi la certezza che i miei disturbi di amenorrea se ne sarebbero andati per sempre. E fu così. Mi ero aperta alla vita, avevo avuto fiducia ed ero stata ripagata.
La guarigione può avvenire in un attimo, anche se è stata preparata per lungo tempo.

Gli studi

Questa esperienza mi incoraggiò a studiare psicologia. Mi sentivo in particolare attratta dalla psicosomatica e dalle diverse terapie corporee che cominciavano a diffondersi in Italia all’inizio degli anni ottanta. Non mi capacitavo del fatto che in ambito psicosomatico si affrontassero le più diverse malattie, ma non quelle oculari.
A ventidue anni continuavo a mantenere un deciso rifiuto degli occhiali, trovavo che le lenti fossero troppo spesse e mi rendessero brutta.

Il progredire della miopia

Mi ero decisa a provare le lenti a contatto morbide (lac) e di colpo ci avevo visto benissimo. Fin troppo bene per i miei gusti! Dopo poco tempo mi sembrò di dipendere da quei minuscoli oggetti, non potevo fare a meno di portarle. Di notte sognavo di perderle e mi sentivo di colpo perduta. Inoltre tendevo a nascondere agli altri il fatto che le portassi, come se fosse qualcosa di cui vergognarmi.

A sbloccare la situazione arrivò una terribile congiuntivite di origine molto strana che mi durò per dei mesi: la congiuntiva mi si arrossava solo quando provavo a mettere le lenti a contatto. Anni dopo avrei scoperto che queste congiuntiviti spesso colpiscono i portatori di lac morbide: è una difesa dell'occhio per evitare che la cornea vada in asfissia per la mancanza di ossigeno provocata dall'uso di queste lenti.
Per la seconda volta nella mia vita mi arresi ad un disturbo: pensavo che non avrei più tentato di mettere le lenti, avrei rinunciato a prendere la patente e a svolgere attività che richiedevano una visione nitida. Pazienza, mi sarei tenuta il mio mondo sfuocato di - 6.50 diottrie di miopia e -2.00 di astigmatismo perché a questi valori era arrivato il mio disturbo.

Il mio primo flash

Un giorno presi una corriera. Guardavo distrattamente fuori dal finestrino e... improvvisamente vidi tutto perfettamente a fuoco come se avessi le lenti. Il fenomeno durò circa un minuto poi tornai a vedere come prima.
Era il mio primo flash di visione nitida. In seguito ne avrei avuti molti altri. Allora non potevo capire cosa mi fosse successo. Un po’ di tempo dopo avrei scoperto che a provocarmi quella messa a fuoco erano state le immagini in movimento di fuga viste dal finestrino. Questa fugace esperienza stimolò notevolmente la mia curiosità.

L’incontro con William Bates

Preparando uno dei primi esami universitari lessi, nel manuale di psicologia generale Dember-Jenkins, poche frasi illuminanti a proposito dei vizi di rifrazione. Per il trattamento, c’era scritto, esistono due teorie differenti:

  • la teoria strutturalista che considera il difetto di vista una deformazione organica dell’occhio da correggere con lenti correttive
  • la teoria funzionalista che considera questa deformazione dovuta a contratture dei muscoli oculari correggibile con esercizi.

C’era un rimando a piè pagina che indicava alcuni libri, il nome di rilievo era quello dell’oculista americano William Bates. Non trovai nessuno di quei libri in Italia per cui me li feci inviare dagli Stati Uniti. Erano per lo più piccoli manuali che indicavano esercizi da eseguire per eliminare gli occhiali e fornivano consigli dietetici. Veniva citato il Dott. Bates come ispiratore di queste pratiche, ma tutti i testi avevano ben poco di scientifico.
Decisi di imparare gli esercizi contenuti nei testi che avevo raccolto e di provarli su me stessa.

Lo Yoga

Nel frattempo il mio insegnante di yoga, il belga Van Lysebeth, tenne un corso sulla vista in cui spiegò altri esercizi. Mi parlò inoltre di una clinica per la vista che applicava questi principi in India, a Pondicherry, fondata dall’oculista indiano Dott. Agarwal.
In quel periodo insegnavo yoga in un centro a Milano che dirigevo e che avevo chiamato Bodymind in onore al mio interesse per la psicosomatica. Mi venne l’idea di proporre ai miei allievi con problemi di vista un apposito corso. Fu un successo inaspettato.

I corsi itineranti

Iniziai a tenere corsi anche in altre città: Torino, Brescia, Padova, Venezia, Genova e Roma. I corsi che proponevo allora erano per 25 persone. Ne tenevo quasi uno ogni due mesi. Iniziai a sperimentare con circa 100 persone ogni anno.

Ad uno di questi seminari partecipò una giornalista del quotidiano “Il Giorno”. Questa signora, commossa dai flash di visione nitida sperimentati, volle scrivere la sua esperienza in un articolo. Era il 1983 e fui sommersa da lettere e telefonate.
Tutte quelle richieste di aiuto mi eccitarono e imbarazzarono allo stesso tempo: non ero che una studentessa di ventiquattro anni che stava sperimentando, per giunta miope. Mi sentii investita di una responsabilità più grande di me, ero combattuta tra il desiderio di aiutare gli altri e la paura di alimentare false speranze. Decisi di proseguire cercando di essere il più possibile onesta e sincera.

Volevo approfondire l’argomento e lo proposi come tesi di laurea ad un docente sperimentalista che si occupava di percezione visiva.
Gli iscritti ai miei corsi mi aiutarono riferendomi le loro esperienze visive, i risultati ottenuti, fornendomi utili feed back. Fin dall’inizio si rivelarono i miei più grandi sostenitori.

Il mio primo steroscopio

Un importante ottico di Milano si offerse di aiutarmi. Si occupava in particolare di ipovedenti, quelle persone che hanno una capacità visiva inferiore alla norma anche con la correzione ottica. “Quello è il tuo futuro - sosteneva - perché per loro ciò che tu fai è vitale...” Ero ancora troppo ingenua per capire le sue affermazioni...
Mi mise a disposizione un oculista perché mi istruisse e mi aiutasse a sciogliere i dubbi in materia oculistica.

Un giorno venne a trovarmi per regalarmi uno stereoscopio, uno strumento che dissocia le immagini che giungono ai singoli occhi e permette di verificare come queste si ricompongano in un’unica visione. Probabilmente non si immaginava che in seguito sarebbe diventato uno degli strumenti fondamentali del mio metodo.
Sottoponendo le persone a test visivi con lo stereoscopio ho capito come funziona la visione binoculare e come i suoi disequilibri influiscono sui difetti di vista.

Il materiale rieducativo

Allora abitavo in una mansarda insieme a un’amica architetto e dividevo il mio spazio con un enorme tecnigrafo. La mia amica mi aiutava a realizzare disegni e nuove tavole che mi sarebbero serviti per creare nuovi esercizi visivi. Provavo poi gli esercizi e le tabelle su di me.
I flash si moltiplicavano e avvenivano anche spontaneamente, quando camminavo per la strada o quando guardavo lontano. Che emozione! Era un misto di gioia e di paura.
Cominciavo a capire che non è facile imparare a vedere con i propri occhi, intuivo che questo processo andava a toccare molti piani della persona.

L’aspetto psicosomatico

Avevo messo a punto una scheda, che utilizzo ancora oggi con le debite modifiche, che mi permetteva di raccogliere le più svariate informazioni su tutto quello che i partecipanti ai corsi ritenevo importante: la storia del disturbo, le componenti ereditarie e i diversi elementi della vita personale. C’erano quasi sempre correlazioni molto strette tra l’andamento di un disturbo di vista ed episodi significativi della vita.
Le persone compilavano la scheda con un’intensità emotiva particolare. Sembravano scoprire chiavi di lettura nuove del loro problema. Questo mi incoraggiava ad approfondire l’aspetto psicosomatico.

L’imprevedibile India...

Nel frattempo mi ero procurata tutta la bibliografia reperibile sull’argomento, ma il libro originario di Bates sembrava essere introvabile nelle librerie e biblioteche delle principali città europee e americane. Mi ricordai del Dott. Agarwal e della clinica denominata “School for Perfect Eyesight” di Pondicherry.

Comprai il biglietto per un viaggio di tre mesi: sarebbe stata una vacanza studio e il ritorno ad un continente che mi aveva affascinata dieci anni prima, l’India.
Ad accogliermi c’era la Dott.ssa Santosh, gentile e disponibile, ma molto giovane e poco esperta. Il trattamento, che durava quindici giorni, iniziava con la valutazione del disturbo visivo. Dopo l’esame dovevo seguire un programma di esercizi tutti i giorni per due volte, una al mattino e una al pomeriggio.

La prova del mio miglioramento

Da tanto tempo non mi sottoponevo a una visita oculistica. Temevo che un oculista "tradizionale" potesse convincermi, in un controllo di pochi minuti, che avevo intrapreso una strada sbagliata. Ogni tanto mi arrivavano i commenti dei miei corsisti che mi riportavano lo scetticismo dei loro medici.
La mia gioia fu grande quando la dottoressa mi disse che la mia miopia era di - 4.50 diottrie con -0.75 di astigmatismo. In quel primo periodo di trattamento autodidatta, durato circa due anni, ero dunque obbiettivamente migliorata.

Il libro di William Bates

Poco dopo, quasi avesse letto il mio desiderio, la dottoressa Santosh mi condusse in un ufficio che era stato di Agarwal. Aprì un cassetto della scrivania ed estrasse un libro: “Questo era del Dott. Agarwal - mi disse porgendomelo - glielo lascio così potrà studiarselo.”

“The Cure of Imperfect Sight by Treatment Without Glasses” di W. H. Bates, M.D. del 1920. Era il libro che avevo tanto cercato, finalmente tra le mie mani! Si trattava di un’opera scientifica con i risultati di esperimenti effettuati su animali e con l’osservazione di casi clinici. Era poi descritta la teoria dell’autore e la proposta di cura.
A lato delle pagine vi erano annotazioni di Agarwal. Mai un libro mi era sembrato più prezioso, lì dentro erano racchiuse due personalità: Bates e Agarwal che lo aveva studiato. Era come il passaggio di un testimone.
La mia cura alla clinica finì con una prescrizione di -3.50 diottrie di miopia senza più astigmatismo, ero soddisfatta del risultato.

Mi ero recata in India per compilare una tesi, ma avevo poco a poco raggiunto uno stato interiore di pace e di grazia mai provato prima. Avevo incontrato medici e terapeuti molto evoluti spiritualmente, imparato a meditare e respirato l’energia del luogo. Sentivo che anche a questo dovevo il mio miglioramento di vista. Salii sull’aereo per far ritorno in Italia con la sensazione di aver vissuto in un mondo di magia.

Il mio destino

Tornata a Milano comprai un nuovo paio di occhiali con lenti di -3.50 diottrie che trovavo decisamente più accettabili e mi decisi a prendere la patente. Ero animata da una forza nuova. Cominciavo a pensare che, se per ogni persona c’era un destino, il mio dovesse essere quello di occuparmi di occhi.
Studiando il libro del Dott. Bates mi resi conto che pochi conoscevano a fondo il suo lavoro. L’opera era stata ristampata solo in una versione molto ridotta in cui era stata tolta tutta la parte storica e sperimentale.
Volevo rivalutare l’opera di William Bates. Gran parte della mia tesi sarebbe stata imperniata su di lui. Il suo pensiero era veramente ricco di fascino, mi piaceva non solo per la rivoluzionaria visione dell’oculistica, ma anche per la profonda capacità di analisi umana.

Approfondisco l’ortottica

In quegli anni negli Stati Uniti si stavano sviluppando sempre nuove strumentazioni di visual training, mentre in Italia non si trovava quasi nulla. Riuscii a stabilire un contatto con un paio di ditte americane che continuano ad essere ancora oggi miei fornitori.
Nel frattempo venni contattata da un’ortottista di mezz’età, molto interessata alla mia ricerca. L'ortottista è una figura professionale che lavora come assistente oftalmologo e studia come riabilitare le patologie della mobilità oculare, in particolare lo strabismo.

Maria Teresa, l'ortottista che incontrai, aveva smesso di lavorare da una decina d’anni. Ora voleva riprendere il mestiere dandogli un’impronta nuova, così ci ritrovammo a studiare insieme. Lei apportava tutto il suo bagaglio di ortottica per interpretare il nuovo training visivo e cominciò a spiegarmi qualcosa che divenne fondamentale nell’elaborazione del mio metodo: il funzionamento delle vergenze, cioè i movimenti associati e disgiunti degli occhi di convergenza e di divergenza. Dopo lo stereoscopio anche l'ortottista mi aiutò a capire come la visione binoculare influenzi la messa a fuoco degli occhi.

Si chiude la fase pioneristica

Alle soglie della laurea avevo ormai acquisito un gran bagaglio di esperienza. Erano passati otto anni da quando era apparso il primo articolo su “Il Giorno”. Così mi trovavo a presentare una tesi sperimentale che si avvaleva di una casistica di 800 persone.
Ero arrivata a ideare un programma di esercizi che presentavo nella tesi come possibile metodo rieducativo. I risultati erano incoraggianti: circa il 40% dei miei soggetti era migliorato stabilmente e quasi tutti avevano avuto flash, episodi di visione nitida.
Avevo acquisito una conoscenza nel campo della visione che mi permetteva di parlare con competenza con un oculista, uno psicologo, un ottico, un optometrista e un’ortottista. Non sapevo più neanch’io a quale categoria appartenessi.

Il limite principale dei corsi consisteva nel fatto che le persone erano poi lasciate a loro stesse con qualche indicazione su come proseguire. Mi affidavo alla loro volontà e motivazione. Ma capii ben presto che queste qualità, anche se indispensabili, non bastavano a garantire continuità nell’esecuzione degli esercizi a domicilio.

Anche se coscientemente tutti volevano migliorare la loro visione, questo non avveniva seguendo un percorso lineare, ma comportava il superamento di conflitti interiori.
Capitava quasi sempre che i miei allievi, giunti ad un certo punto del processo di miglioramento non riuscissero più ad andare avanti. La possibilità di ottenere un risultato significativo e duraturo dipendeva proprio dal superamento di quel momento di arresto. Avrei, non molto tempo dopo, sperimentato tutto questo su me stessa.

Lo studio di Milano

Nel luglio del ’90 mi laureai a pieni voti. Da ingenua studente ero convinta che essendo il mio un lavoro sperimentale mi avrebbero supportato in ambito universitario, ma non fu così. Avvertii un enorme divario tra l’entusiasmo che mi avevano dimostrato i miei allievi aiutandomi in tutti i modi e il disinteresse e l’indifferenza degli psicologi accademici.

Aprii il mio studio di rieducazione visiva nell’autunno del ‘90 e cominciai a lavorare affiancata da un’optometrista per le visite. Molti dei miei 800 allievi divennero ben presto i primi pazienti. Non li avrei più abbandonati a loro stessi, ma li avrei seguiti in tutte le fasi della terapia..

La psicoterapia

Mi iscrissi ad una scuola di specializzazione in psicoterapia ad indirizzo psicosomatico di Milano e divenni psicoterapeuta nel ‘94 con una tesi sugli aspetti psicosomatici della visione.
Negli anni della specializzazione il mio lavoro si trasformò molto. Nel periodo universitario ero sopratutto focalizzata a mettere a punto tecniche efficaci per costituire il mio metodo e nella raccolta di risultati scientifici, a quel punto potevo rilassarmi e prestare maggiore attenzione all’aspetto umano.

Facevo delle piccole grandi scoperte insieme ai miei pazienti che vivevano l’esperienza. Gli attimi in cui un “messaggio” si rivelava erano delle magie che mi ricordavano l’intuizione sulla mia amenorrea. Erano quelli i veri risultati, i cambiamenti di coscienza delle persone, non tanto i miglioramenti che i miei pazienti continuavano a sottoporre ad oculisti disinteressati. Quei momenti mi ripagavano in un istante degli sforzi fatti.

Nel frattempo la stampa continuava a occuparsi di me. Occasionalmente uscivano articoli che parlavano del mio lavoro come una novità. Inoltre c’erano gli articoli che scrivevo io stessa per le riviste di psicosomatica. Ero sempre più conosciuta e il mio studio fu presto affollato. Questo mi dava la possibilità di osservare molti casi.
Lavoravo tanto perché ero curiosa; avevo fatto una selezione accurata degli esercizi più efficaci, conoscevo a memoria le reazioni degli occhi alle pratiche, ero in grado di prevedere le domande dei pazienti e interpretare i loro fenomeni visivi.

I primi collaboratori

Un giorno venne nel mio studio un oculista. Era preoccupato per la miopia di sua figlia, la bambina aveva solo quattro anni e la miopia di un occhio era arrivata a - 6.00 diottrie e tendeva a peggiorare rapidamente. Aveva letto qualcosa su Bates e mi chiedeva aiuto per la figlia. Fortunatamente riuscii a ridurre la miopia della bambina a -2.00 diottrie e a riportare la capacità visiva nella norma.

Questo oculista, sensibilizzato dalla sua esperienza personale, collaborò con me per cinque anni, poi le circostanze della vita ci separarono.
Egli visitava i pazienti rieducati e verificava i miglioramenti. Ci riunivamo ogni settimana io, lui e l’ottico e contattologo Gianpaolo Maestroni che si occupava di ortocheratologia, una scienza che utilizza lac semirigide personalizzate che permettono di ridurre i difetti visivi, e che ci seguiva per le correzioni.
Eravamo un bel terzetto, discutevamo i casi, formulavamo nuove ipotesi…

Riprendo la pratica su me stessa

A questo oculista decisi di sottoporre nuovamente la mia vista perché la controllasse. Portavo la correzione solo per guidare, il cinema e la televisione. I flash di visione nitida erano così frequenti che potevo tranquillamente muovermi senza portarmi dietro gli occhiali perché riuscivo a mettere a fuoco tutto quello che poteva servire per la vita pratica.
Tuttavia l’occhio destro risultava più debole del sinistro, dunque i due occhi erano sbilanciati e nel corso degli anni avevo imparato l’estrema importanza dell’equilibrio binoculare (i due occhi vedono sempre in modo differente e per un risultato stabile nella rieducazione bisogna arrivare a conciliare queste due visioni).

Dalla visita ebbi la conferma che i miei occhi stavano piuttosto bene: riuscivo a vedere senza correzione 8/10 monocularmente e 10/10 binocularmente. Questa visione non era comunque costante, ma la ottenevo per brevi istanti con un po’ di esercizio.
Per vederci stabilmente bene necessitavo di una correzione di -2.50 diottrie all’occhio destro e -2.00 al sinistro. L’astigmatismo era ormai irrilevante. Entrambe le retina si presentavano particolarmente belle e ben irrorate, non sembravano appartenere ad occhi miopi.

Ero decisamente soddisfatta del risultato, ma il mio amico oculista mi prescrisse le lenti con riluttanza: “Perché non ti impegni ancora un po’ e elimini del tutto gli occhiali? Ci sei quasi…”
Era l’inizio del ‘95, mi resi conto che mi ero dedicata con il cuore ai miei pazienti, ma avevo trascurato me stessa. Decisi che quell’estate, con un po’ di tranquillità, avrei lavorato a fondo sul mio occhio destro.

La formazione

Il lavoro continuava a procedere sempre meglio e i risultati delle mie terapie iniziavano a diffondersi. Nell’arco di pochi mesi vennero a trovarmi nel mio studio diversi oculisti chiedendomi, con un’incredibile sincronicità, di tenere un corso di formazione sulla mia metodologia. Era il massimo che avrei potuto desiderare.
Oltretutto questi specialisti erano molto gentili e simpatici e sinceramente interessati all’argomento. Non avrei dovuto convincerli perché si erano già resi conto da soli dei limiti delle loro conoscenze.
Mi ero accorta che in generale rispetto agli inizi degli anni ‘80, quando avevo cominciato a ricercare, erano stati pubblicati diversi libri che citavano Bates.

Decisi di cominciare la formazione con un gruppo piccolo composto da sei oculisti, uno psicologo, un’ortottista, un medico sportivo e un contattologo, per un totale di dieci iscritti, e invitai tutti per un incontro di presentazione
Ero gonfia di orgoglio e un po’ saccente: stavo per diffondere il frutto dei miei studi. Erano i primi giorni dell’estate, in autunno avrei iniziato il mio corso di formazione. Potevo chiudere lo studio e prendermi due mesi pieni di vacanze.

La crisi

Fu proprio quell’estate, in cui tutto sembrava andare a gonfie vele, che arrivò la mia crisi.
Decisi di esercitare i miei occhi quotidianamente, come consigliavo di fare ai miei allievi nel primo periodo di rieducazione. Mi ero portata una bendina per occludere l’occhio sinistro e far lavorare assiduamente il destro. Cominciavo a notare che quest’occhio si stava attivando e metteva a fuoco sempre meglio. A tratti vedeva di più del sinistro.

Stavo bene, ero rilassata e piena di voglia di fare e fui assalita da un inaspettato malumore.
Il mio stato d’animo peggiorava di giorno in giorno e cominciai a piangere senza motivo apparente. Erano fiumi di lacrime e decisi di interrompere gli esercizi.
Avevo ormai imparato che esisteva una stretta relazione tra ciò che si vede e ciò che si è: modificando il modo di vedere stavo cambiando anche il modo di percepirmi. Non mi sentivo più la stessa.

Tutto quello in cui avevo molto creduto: il mio lavoro, il riconoscimento, la notorietà, mi parvero obbiettivi inutili. Era come se mi fossi accorta di colpo di essere anche una donna. Sentivo che avevo bisogno di spensieratezza, di divertimenti, di coltivare gli affetti e di trovare un compagno. Chissà se avrei potuto ancora avere un bambino. Possibile che non ci avessi pensato fino a quel momento? Rassicurata nel mio ruolo di amorevole terapeuta avevo completamente adombrato il mio femminile.

Avevo fatto di peggio, mi ero messa in competizione con il mondo maschile per primeggiare nel campo della terapia e il premio della mia vittoria mi apparve molto arido.
Improvvisamente capii perché i miei pazienti frenavano il loro entusiasmo dopo il primo periodo di rieducazione: non era poi così bello vederci bene, era come mettersi di fronte a uno specchio che ti mostra senza scrupoli come sei. Tornai a Milano decisa a rinunciare al corso di formazione.

Di nuovo la medicina antroposofica

In tutti questi anni ho spesso avuto la sensazione di perdere tempo, paura di sbagliare e di andare avanti. Ma ogni volta che mi è capitato, una nuova porta si è aperta.
Per la seconda volta nella mia vita un medico antroposofo mi aiutò, con molto amore, ad uscire dai miei problemi. Mi convinse a continuare il lavoro, anche se lo avevo visto come un nemico che mi aveva allontanata da me stessa. Capii che il contatto con i pazienti era fonte di gioia e sana soddisfazione. Mi tranquillizzava in un momento di crisi sapere che comunque stavo facendo del bene. Poco a poco riacquistai fiducia in me stessa.
Dissi con sincerità al mio gruppo che il corso di formazione era rimandato perché non mi sentivo moralmente bene. E loro mi dimostrarono comprensione e grande pazienza. Ci misi un anno a ritrovarmi.

Nel settembre del ‘96 il corso di formazione iniziò e terminò nel dicembre del ’97. Abbandonai gli atteggiamenti di competizione e di rivalsa che mi avevano accompagnata negli anni di ricerca. Rivalutai l’esperienza che avevo accumulato e la capacità di mantenere viva l'osservazione dei pazienti che si rivolgevano a me. Questo potevo insegnare ai miei corsisti, con semplicità ed umiltà. Tanto meglio per loro aver atteso un anno, perché ero veramente cambiata.

Ero riuscita a sintetizzare e scrivere la mia metodologia in modo da renderla utilizzabile dagli specialisti interessati. Al termine del corso uno degli oculisti - il Dott. Giorgio Codecà - iniziò a collaborare stabilmente con me. Esegue ancora oggi le visite specialistiche e svolge le sedute di rieducazione visiva nello Studio di Milano.

La maternità

Mi ero anche trasformata come donna, avevo ritrovato il mio femminile e incontrato il compagno giusto. Alla data dell’ultimo incontro del mio corso annunciai, felice, di essere incinta.
Essere diventata madre ha fatto maturare le mie capacità terapeutiche. Non ho più la sensazione di indagare gli animi delle persone per scoprire importanti relazioni tra la psiche e la vista, ma di accogliere i disagi del paziente per aiutarlo a cambiare in positivo.

Pochi mesi dopo il primo compleanno del mio bambino ero incinta di nuovo. Questa volta era una bella bimba. Dopo un mese dalla sua nascita comparvero le coliche che sarebbero durate tre mesi esatti. Una neonata che piange sempre cattura l'attenzione di entrambi i genitori e anche dei nonni, se sono a disposizione… Mio figlio, che era piuttosto buono, si ritrovò in secondo piano.
Quando le coliche finirono e la mia piccola cominciò ad essere sorridente e felice, il bambino aveva due anni e mezzo e iniziò a mettere un occhio completamente in dentro. Era diventato strabico convergente nel giro di una settimana.

Piangevo e avrei voluto negare la realtà, non avevo nessun caso di strabismo in famiglia. All'esame oculistico con l'atropina risultò ipermetrope e astigmatico, nella mia famiglia e in quella di mio marito eravamo tutti miopi. Da dove usciva questo disturbo?
Un caro amico oculista, primario di Desenzano, sperando di farmi contenta mi disse che lo avrebbe operato lui… se volevo. Non scorderò mai la mia risposta:"No, grazie. Se opero mio figlio smetto di lavorare."

La mia esperienza con lo strabismo

I miei collaboratori cercarono di consolarmi, mi ricordarono che avevo insegnato loro che uno strabismo può insorgere in seguito a un trauma infantile. E che un esempio classico è quello della nascita di un fratellino "rompiscatole".
L'ortottista che collaborava con me, dopo aver frequentato il mio corso di formazione, aveva una trentennale esperienza con i bambini strabici e mi diede delle indicazioni in modo competente e risoluto.

"Se vuoi curarlo dallo strabismo senza operarlo devi correggere completamente il suo difetto," mi diceva "avrai tempo dopo di togliergli gli occhiali." Mi spiegò una serie di cose che non sapevo sulle esotropie accomodative e mi fidai dei suoi consigli.

Così io, che avevo tolto gli occhiali a un sacco di bambini, li misi a mio figlio… Lui era felice di portarli. Fu il mio paziente più piccolo: osservai la sua visione binoculare perdersi nel giro di due mesi e ci misi quattro anni a recuperarlo completamente. Oggi mio figlio ha riacquisito la visione binoculare e io ho approfondito la mia esperienza sullo strabismo.

Lasciare Milano

Da quando ero piccola avevo un costante desiderio: lasciare Milano. Quella città non mi corrispondeva, ero amante della natura, del silenzio e dei grandi spazi. Da sempre sentivo che il mio ritmo naturale era più lento di quello impostomi dalla grande città. Cominciai a pensare di essere poco credibile nel mio lavoro: predicavo di guardare gli orizzonti e il verde della natura e vivevo in una città caotica e trafficata.

La nascita dei miei due bambini ha costituito l'impulso decisivo: non potevo vederli crescere a Milano, dovevamo trasferirci prima che il più grande iniziasse la scuola. E così fu.
All'inizio non sapevamo bene dove andare, poi una serie di combinazioni ci portarono a Rovigo, città natale di mio marito. Anch'io sono nata in Veneto, figlia di un cadorino e una veneziana, in fondo si trattava di un ritorno alle origini.

La vita in campagna

Ho sempre desiderato poter aprire le finestre e perdermi con lo sguardo all'orizzonte, senza barriere né limitazioni. Non mi preoccupavo di lasciare certezze economiche e un lavoro ben avviato. Sentivo che il mio lavoro sarebbe ben presto diventato sterile se non avessi permesso alla mia anima di "espandersi".
Per fortuna anche mio marito era proiettato nella ricerca di uno stile di vita più tranquillo. Abbiamo trovato la casa di campagna dei nostri sogni. Ogni volta che torniamo dalle vacanze la nostra cuccia ci pare il posto più bello del mondo. Non ho ancora capito se sono stata molto fortunata, o se mi accontento di poco.

Abitando in questa casa ho cominciato a cambiare. Avevo come la sensazione che la mia anima fosse stata compressa per tanti anni e solo ora cominciasse a trovare il suo spazio. All'inizio ero come persa, poi ho avvertito che la mia coscienza stava cambiando rassicurata dall'ambiente favorevole.

Lo Studio di Rovigo

Quando la scelta è giusta ti capitano le occasioni migliori… Desideravo uno studio con una sala grande, per tenere i corsi di formazione che avevo intenzione di riprendere. Immaginavo un ambiente che fosse la risposta europea alla scuola per la vista di Pondycherry, semplice, ma ideale per praticare la rieducazione. Un punto di riferimento per gli amanti della materia. Mi è sempre piaciuto sognare…
Il mio budget era però limitato. Mio marito mi disse che c'era uno stabile all'asta nel centro storico di Rovigo e mi suggerì di visitarlo. Quando entrai in quel cantiere abbandonato, pieno di polvere e abitato dai gatti, riconobbi subito il mio futuro studio.

Mi recavo spesso a Milano per visitare i miei pazienti, ma non riuscivo più a riconoscermi nella dottoressa di sempre. Per i primi due anni dopo il trasferimento ero come sdoppiata:

  • nello studio di Rovigo mi sentivo libera e creativa nello svolgimento del mio lavoro, come proiettata verso il futuro dei miei progetti
  • Milano ero catapultata indietro a vestire dei panni che non mi corrispondevano più.

Questo sfasamento è andato sempre più aumentando fino al punto in cui ho cominciato ad ammalarmi ogni volta che arrivavo a Milano (forse c'era qualcosa che dovevo capire).

Il mio lavoro cambia

Anche la mia vista si era come bloccata. Ripresi a fare gli esercizi che, tra impegni di lavoro e famiglia, avevo un po' abbandonato. Adoro praticare nel mio nuovo studio, c'è un'energia speciale, un'ampia parete, le luci giuste e un meraviglioso silenzio. L'effetto fu sconvolgente.
Scelsi esercizi molto semplici, ma sentivo che comunque mi stavo agitando. Decisi di occuparmi di me, come se fossi in presenza di una terapeuta, e piano piano, un giorno dopo l'altro ho lasciato emergere quello che c'era dietro la mia miopia.

Sono risaliti alla mia coscienza scene del passato che avevo completamente dimenticato perché troppo dolorose. Gli episodi risalivano proprio all'epoca dell'insorgere della mopia: i miei undici anni. Praticando gli esercizi volgevo gli occhi sulla grande parete bianca dello studio. Come una proiezione cinematografica mi apparivano le immagini una dopo l'altra provocando nel mio cuore una forte emozione. Il primo sentimento fu di incredulità, avevo veramente vissuto quelle situazioni o le stavo solo fantasticando?

Il mio medico fu l'unica persona informata allora di quanto mi stava succedendo. Poco alla volta mi tirò fuori dalla bocca i racconti e, ricostruendo il passato insieme a lui, ebbi la certezza di non essermi inventata niente. Non ero più certa di nulla ed emotivamente molto fragile.

I muscoli degli occhi trattengono le immagini che la nostra anima non ha la possibilità di integrare, e il difetto di vista è una delle chiavi per tornare al trauma. Niente era più come prima. Quel riaffiorare di ricordi che procedeva come un flusso continuo mi stava facendo rivedere la mia vita in un modo completamente nuovo. Quello che pensavo di aver provato in momenti del passato si rivelava un inganno e riaffioravano le vere emozioni provate allora. Il percorso era doloroso: come aver tradito se stessi.

Provai con discrezione lo stesso tipo di pratica con i pazienti più evoluti. L'effetto fu identico: riaffioravano ricordi dal denso contenuto emozionale che provocavano pianti e reazioni intense. L'aspetto più interessante è che non li avevo spinti a quelle situazioni con dialoghi e domande, ma semplicemente facendo muovere gli occhi adeguatamente davanti alla parete bianca. Molto spesso gli episodi che riaffioravano corrispondevano al periodo in cui era insorto il disturbo visivo del paziente. Il ripetersi di queste reazioni mi ha dato la conferma che il mio metodo sta evolvendo verso un piano di indagine più profondo.

L'associazione

In questi ultimi anni mi ha dato molta forza il senso di gratitudine che mi comunicano i pazienti. Spesso mi fanno notare che vorrebbero fare qualcosa per esprimere la loro riconoscenza. Sento l'energia di questo consistente numero di persone soddisfatte come un capitale inutilizzato.

Per focalizzare questa energia fondo il 15 gennaio 2009 l'Associazione rieducazione visiva Metodo Zandonella.

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