Thierry Janssen, specialista in chirurgia urologica, si rivolge alle persone interessate a conoscere meglio l’essere umano e a capire l’evoluzione della medicina contemporanea. Nel 1998, l’autore ha intrapreso un percorso di ricerca personale che lo ha portato:
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da un lato ad approfondire l’ipnosi eriksoniana, la medicina ayurvedica e la medicina tradizionale cinese
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dall’altro a praticare Yoga, Tai chi e Meditazione.
Questo approccio, al contempo scientifico e pragmatico, mi ha molto colpito e mi ha spinto a segnalarvi il libro.
1. Potenziale di guarigione
Un primo concetto interessante è quello di performance. Secondo l’autore, nella medicina moderna “il medico deve fornire la prova delle sue competenze tecniche. Di conseguenza ognuno ha il suo ruolo: il paziente subisce, il medico cura e guarisce”.
Questo tecnicismo sempre più spinto tende a inibire la partecipazione attiva del malato. Le potenzialità di guarigione, che aiutano l’uomo a modificare il corso degli avvenimenti, non entrano in gioco. E, in attesa di un aiuto esterno, il malato non si impegna in prima persona per dare un senso alla propria vita.
“Un malato è una persona che soffre. La malattia è un periodo di dubbi e incertezze, uno stato caotico. La guarigione consiste innanzitutto nel trovare un nuovo equilibrio – uno stato di stabilità. Chi soffre deve poter riorganizzare la propria rappresentazione del mondo”.
2. Consapevolezza
La seconda riflessione riguarda la consapevolezza del medico e del malato.
Per attivare un percorso di guarigione è fondamentale conoscere la diagnosi della propria malattia e comprendere i principi della relativa cura. L’autore si spinge ad affermare: “Le parole del medico possono essere un farmaco o un veleno… Se la paura esercita un’influenza negativa sulla salute, l’ottimismo è invece molto benefico”.
Un buon medico comprende i nessi tra il corpo e lo spirito e ha familiarità con le dinamiche psicologiche dell’uomo. Questa consapevolezza gli consente di affrontare meglio i momenti di disequilibrio e di fornire ai malati un supporto più efficace e rispettoso.
3. Ferite del passato
“La psicoanalisi pensa il corpo. Le terapie psicocorporee propongono di farne esperienza. Uscire dal circolo vizioso delle difese automatiche diventa la via che porta alla libertà. Solo addomesticando le ferite del passato del nostro corpo si impara a non temerle più”.
Per spiegarsi meglio l’autore riprende un insegnamento di Wilhelm Reich: gli eventi emotivi dolorosi provocano delle tensioni nel corpo di cui l’uomo, spesso, non è cosciente. E in queste “situazioni difficili” la contrazione di alcuni muscoli agisce come una sorta di anestesia emotiva.
“Reich individua sette segmenti concentrici che, dalla testa ai piedi, sono la sede delle contrazioni muscolari provocate dalla repressione delle emozioni: sono i segmenti oculare, orale, cervicale, toracico, addominale, diaframmatico e pelvico.
Gli stati somatici sono intimamente legati alla memoria traumatica. La rimozione è la difesa biologica contro il dolore. Se i traumi sono emotivi o istintivi, comprenderli con l’intelletto non serve a eliminarli”.
Il primo dei sette segmenti concentrici individuati da Reich è quindi localizzato all’altezza degli occhi. Attraverso gli esercizi del metodo Zandonella si agisce - in maniera esperienziale e non intellettuale – proprio lì. Questo potrebbe in parte spiegare perché, a volte, durante un percorso di rieducazione visiva emergono ricordi ed eventi emotivi dolorosi che erano stati rimossi attraverso il meccanismo di autodifesa sopra descritto.
Con l’aiuto del rieducatore si impara gradualmente a dare spazio e ad accogliere questi ricordi traumatici in un processo che Thierry definisce “addomesticamento delle ferite del passato”.
Enrico Forzato
Approfondimenti:
“Respirare – per una medicina integrata tra corpo e anima”