Proviamo, per qualche istante, a immaginare la situazione di una visita oculistica. Siamo spesso pieni di dubbi e di interrogativi che riguardano i nostri occhi. Siamo carichi di sensazioni ed esperienze sul nostro vedere che vorremmo esprimere, ma non sappiamo se riusciremo a trovare le parole adatte.
Cosa ci piacerebbe trovare “dall’altra parte”?
Un medico, con l’espressione rassicurante, che:
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ci ascolti un po’, prima di visitarci
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ci aiuti a trovare le parole per esprimerci, lui che è un esperto
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ci descriva la nostra situazione con parole semplici, che possiamo capire
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ci proponga, al termine della visita, delle vie terapeutiche indicandoci quella che lui ritiene più adatta al nostro caso, ma lasciandoci un po’ di libertà di sceglierne eventualmente un’altra
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nel caso in cui non abbia soluzioni da proporre per il nostro disturbo, riconosca i suoi limiti e ci incoraggi a cercare qualche nuova strada terapeutica (che magari lui ancora non conosce).
Dal sogno alla triste realtà
Troppo spesso ci troviamo invece ad aver a che fare non con uno, ma con più dottori e non sappiamo neanche a chi porre almeno una delle numerose domande che avevamo in mente.
Tutti hanno fretta. E noi abbiamo paura di disturbarli…
A volte lo specialista di turno ci saluta distrattamente con una diagnosi che suona come una sentenza.
Spesso si tratta di termini che non conosciamo e che non suscitano in noi nessuna emozione. Alla fine scopriamo che non si può fare nulla, che la situazione peggiorerà e che va tenuta controllata l’evoluzione con ripetuti esami. Ma a cosa serve controllare, se poi non capiamo e non agiamo?
Un approccio più consapevole alla visita oculistica
Proviamo a prendere un bel respiro di fronte al medico che ci parla. Chiediamogli di spiegarci il disturbo di cui soffriamo ora, in modo da poterlo comprendere, anziché anticiparci quello che ci accadrà ineluttabilmente nel futuro. Forse, se capiamo bene la situazione, potremo anche avere un futuro diverso da quello ipotizzato da lui.
Respingiamo con spirito analitico e attenzione selettiva tutte le parole che non ci aiutano a stare meglio. Espressioni come “occhio pigro”, “vista debole”, “diottrie che mancano”, ”questo occhio è perso, vediamo di sfruttare l’altro”, influenzano pesantemente la coscienza. Ci abituiamo a pensare in modo deficitario.
La prognosi nefasta dello specialista: “nel tempo perderà la vista” induce il terrore di diventare ciechi. Questa e altre paure possono accompagnarci e inibirci per tutta la vita.
Proviamo a esigere maggiore rispetto e più considerazione della nostra intelligenza. Se con le parole valorizziamo quello che c’è, anziché commentare quello manca, la persona ha la possibilità di entrare in contatto con il suo potenziale di guarigione anziché svilirlo.
Le parole, ben articolate, possono curare!
Cristina Zandonella