Metodo

Vista e trauma

“Cos’è che non voglio vedere?” è la domanda che spesso le persone affette da disturbi visivi mi pongono iniziando un percorso di rieducazione.

Rispondo loro che l’indagine da svolgere non è riferita tanto al presente quanto al passato.

“Che cosa ho visto che non avrei voluto vedere?” è la domanda giusta.
“Qual è stato l’episodio o la situazione a cui i miei occhi hanno assistito che è stato troppo doloroso per poter essere accolto?”.

Assetto visivo

I pazienti che arrivano al nostro studio di rieducazione visiva desiderano vederci bene, o almeno meglio. Spesso mi trovo a spiegare che la messa a fuoco non è un processo a se stante, ma il risultato della sinergia di tre sistemi visivi: vergenza, versione e accomodazione.

Per questo motivo nell’analisi visiva eseguita sul paziente vado sempre a verificare quello che ho definito assetto visivo, cioè come si posizionano gli occhi uno rispetto all’altro per mirare un oggetto alle varie distanze di sguardo. In altri termini, osservo e misuro l’equilibrio dei sistemi di convergenza e divergenza degli occhi della persona.

In oculistica si definisce ortoforia la situazione in cui gli occhi hanno le linee visive perfettamente parallele per la visione lontano e sempre adeguatamente convergenti per la visione vicino.

Si chiamano eteroforie, o deviazioni oculari latenti, tutte le situazioni in cui gli occhi tendono a disallinearsi. Queste deviazioni oculari latenti non sono lo strabismo manifesto e variano di misura durante la giornata.

Considerando che il sistema visivo binoculare determina la percezione dello spazio di una persona, possiamo ipotizzare che per la persona passare dall’ortoforia a una condizione di eteroforia, cioè di deviazione oculare latente, sia un modo per evadere dallo spazio che sta abitando.

I tre spazi delle neuroscienze

I neuroscienziati del gruppo di Parma, guidati da Giacomo Rizzolatti, spiegano che i neuroni visivi, distribuiti in tutto il corpo, riconoscono gli spazi che occupiamo in modo preciso e inequivocabile.

Lo spazio visivo è codificato da una molteplicità di sistemi di riferimento corporei diversi, distribuiti lungo il corpo, nei campi recettivi somatosensoriali corrispondenti, perché essi si attivino è necessario che lo stimolo compaia entro lo spazio circostante, cioè nella regione che comprende tutti gli oggetti a portata di mano.

Quest’area, riconosciuta in modo inequivocabile dai neuroni del nostro cervello, prende nelle neuroscienze il nome di spazio peripersonale.

Una volta identificato il primo spazio, i neuroscienziati hanno ricercato se i nostri neuroni riconoscessero spazi diversi e sono arrivati a definirne altri due: lo spazio delimitato dalla pelle, chiamato spazio personale e quello esterno allo spazio peripersonale, lo spazio extrapersonale.

Lo spazio peripersonale diviene l’insieme dei luoghi che possiamo raggiungere allungando la mano. Al di là di esso c’è lo spazio extrapersonale che costituisce l’altro da noi, un lontano non raggiungibile immediatamente dalla mano.

La scena traumatica

Ora sappiamo che modificando l’assetto visivo provochiamo un cambiamento nella percezione spaziale. Si tratta ora di indagare quando la persona può provare il desiderio o la necessità di modificare le sue coordinate spaziali.

Questo è quello che accade in situazioni traumatiche.
Con il colloquio, si riesce a ricostruire un periodo nella vita del paziente, o un episodio preciso, in cui ha vissuto un trauma, o un significativo stato di disagio con le altre persone, nell’ambiente famigliare o scolastico o di lavoro.

La nostra ipotesi è che tra le reazioni al pericolo attivate dalla persona in situazione di trauma ci sia quella di modificare l’assetto visivo per soddisfare il bisogno di fuggire o di nascondersi, non essendo possibile una soluzione sul piano dell’interazione con l’ambiente.

Gli occhi offrono dunque una meravigliosa e rapida possibilità di non soffrire troppo per quello che si presenta loro davanti. Variando la loro reciproca posizione attraverso una modifica della vergenza, ci permettono di fuggire e raggiungere un altro luogo dove siamo più protetti. Di conseguenza, cambia la messa a fuoco e noi ci sentiamo altrove.

La terapia sul trauma

La tesi a cui siamo giunti è che l‘eteroforia sia una fuga dallo spazio percepito in situazioni di emergenza. Le deviazioni oculari latenti agiscono dunque per via somatica un desiderio della persona di porsi al riparo da una situazione scomoda.

Grazie agli esercizi di fusione del Metodo Zandonella, riportiamo il paziente in assetto ortoforico e questo determina un cambiamento nella sua percezione dello spazio: quando gli occhi sono in ortoforia, il paziente rientra nello spazio presente, nel qui e ora.

Il nuovo assunto è che l’assetto ortoforico sia un attivatore emozionale.

Quando la situazione binoculare è stata equilibrata, il paziente può ritrovarsi nella dimensione che avevamo lasciato perché troppo dolorosa. L’impatto emotivo è immediato: si rientra in contatto con scene, ricordi, emozioni rimosse dalla coscienza e lasciate irrisolte da tempo.

In questa fase diviene importante che la persona ritrovi e mantenga un assetto binoculare ortoforico, e ciò è possibile grazie alle tecniche visive del setting terapeutico. Questo le consente, per via somatica, di essere presente e partecipe alla scena rievocata e non spettatore esterno.

Per capire bene cosa accade dobbiamo riferirci alla scoperta dei neuroni specchio effettuata da Giacomo Rizzolatti e dal suo gruppo di ricercatori di Parma.

I neuroni specchio

I neuroni specchio, come furono denominati dopo la scoperta per richiamare la loro funzione, sono neuroni in grado di codificare lo scopo di un’azione.
Quando il neurone specchio si attiva, partono una serie di pattern di movimento come se l’osservatore si muovesse realmente. Quando un soggetto vede, attiva il sistema motorio che poi a sua volta rimanda un’attivazione a quello visivo. Lo schema diviene così: da visivo a motorio e poi di nuovo visivo.

Nel contesto del nostro scritto è lecito domandarsi cosa accada ai neuroni specchio quando un soggetto assiste a scene traumatiche. Se lo schema di attivazione neuronale è visivo-motorio-visivo, qual è il messaggio che ritorna al sistema visivo in situazione di allerta?

Ancora più interessante è domandarsi se è possibile, a distanza di tempo, modificare questa trasmissione neuronale, cioè interrompere la coazione a ripetere azioni simili a quelle osservate nell’evento traumatico.

Questo è quello che ci proponiamo di fare nella nostra terapia di desensibilizzazione al trauma.

Uscire dalla scena rinnovati

Nella tecnica terapeutica utilizzo specifici esercizi di fusione del metodo abbinati a frasi pronunciate dal paziente in assetto ortoforico per creare una comunicazione a livello subcorticale.
Il nuovo assunto è che in situazione di assetto visivo ortoforico una comunicazione verbale mirata divenga una comunicazione diretta ai neuroni visivi.

Nel corso della terapia, dunque, “parlando” ai neuroni visivi con l’assetto binoculare e le frasi, provochiamo una modifica al sistema motorio.

Il paziente riattiva i processi mnemonici e disinibisce le reazioni bloccate al momento del trauma. Detto in termini spaziali rientra nella scena del trauma per agire una nuova risposta.

La scena del trauma viene reincontrata e lasciata solo dopo aver completato l’azione che desideravamo svolgere: un urlo, una fuga, una reazione forte a una violenza…

Sistema visivo e sistema motorio si incontrano e avviene una rivoluzione all’interno della persona che finalmente si libera dei condizionamenti e dei comportamenti postraumatici di cui non era consapevole.
Per la precisione si sblocca l’inibizione all’azione determinata dal trauma, si liberano e completano in modo nuovo le azioni interrotte al momento del trauma, si annullano i comportamenti reattivi tipici del traumatizzato che costituiscono il disturbo post-traumatico da stress (PTSD).

La scena, una volta rivisitata, va completata con i gesti giusti. Ora la persona è in grado di farlo: ha l’aiuto del terapeuta, una nuova consapevolezza e occhi più forti.


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