Metodo

Chi è Cristina Zandonella

foto di Cristina Zandonella

Dall’età di dieci anni ho visto la mia miopia incrementarsi di anno in anno senza che potessi fare niente per arrestarla. Come mai? La miopia non si arresta con la crescita? Così avevo letto sui testi consultati.

Il mondo che mi circondava era sempre più sfuocato, sempre più ovattato anche perché mi rifiutavo di portare gli occhiali. Andando al liceo non riconoscevo i miei compagni e questo mi faceva vivere nella rassicurante illusione che loro non percepissero la mia presenza.

A vent’anni il difetto aveva raggiunto le 6.00 diottrie di miopia e 2.00 di astigmatismo e continuava a progredire…

Mio padre

Il papà era medico condotto di una comunità di piccoli paesi di montagna nel nord del Veneto. Mi ha insegnato che per curare bisogna occuparsi dell’intera persona.

Non c’erano disturbi che si rifiutasse di trattare perché non erano il suo campo. Il medico condotto, in quegli anni, non poteva certo seguire l’attuale medicina specialistica. Utilizzava poche medicine e lasciava che la malattia facesse il suo corso. Aveva estrema fiducia nella capacità dell’uomo di risanarsi dando libertà di azione alle forze della natura.

La malattia linguaggio del corpo

A tredici anni ebbi il menarca, qualche anno più tardi il ciclo si interruppe e dopo le visite specialistiche di prassi dal ginecologo e dall’endocrinologo ebbi il responso: si trattava di amenorrea. Quella strana parola mi suonò come una condanna, cosa avevo fatto per meritarmela? Gli esami medici erano tutti regolari ma il ciclo non tornava, il mio sviluppo femminile era in pericolo.

Trovai conforto nella pratica dello yoga. Questa disciplina orientale mi aiutava a dialogare con il mio essere e ad accettare i suoi disturbi.

Continuavo a cercare di dominare il mio corpo con la razionalità, volendo a tutti i costi interpretare quanto mi stava succedendo. Ad un certo punto mi resi conto che, attraverso la malattia, il mio corpo stava comunicando con me e quello era il suo linguaggio. Non mi era nemico, anzi, stava solo cercando di evitarmi guai peggiori. Compresi che i disturbi arrivano per aiutarci a cambiare ed acquisire una nuova consapevolezza. Ma non riuscivo ad interpretare il messaggio del mio corpo. Nessuno mi aveva ancora insegnato quel linguaggio.

Il medico antroposofo

Incontrai un medico che seguiva la medicina antroposofica, secondo gli insegnamenti di Rudolf Steiner. Parlava di anima, di influenze spirituali, investigò accuratamente il mio stato di salute. Il suo interesse non era rivolto solo alle mie malattie, ma anche all’atmosfera affettiva nella quale queste si erano verificate.

Un giorno mi chiese se nella vita mi ero sentita poco amata. Quella domanda così diretta mi imbarazzò. Non seppi cosa rispondere, non avevo mai ragionato su me stessa in termini di amore.

Poco a poco mi abbandonai alle sue cure. Sentivo che era entrato in relazione con quella parte di me che era stata ferita, delusa, ingannata e rifiutata. Mi sentii accolta, con amorevolezza e discrezione nello stesso tempo.

La guarigione

Di ritorno da una seduta con questo medico mi accasciai su una panchina, mi sentivo liberata da un enorme peso che mi ero portata appresso fino a quel momento. Tutto a un tratto mi resi conto che non mi ero sentita abbastanza amata. Non lo avevo compreso con la mente, ma con la sensazione. Percepivo quel grande bisogno di amore che mi portavo dentro e che finalmente affiorava alla coscienza.

Ebbi la certezza che i miei disturbi di amenorrea se ne sarebbero andati per sempre. E fu così. Mi ero aperta alla vita, avevo avuto fiducia ed ero stata ripagata.

La guarigione può avvenire in un attimo, anche se è stata preparata per lungo tempo.

Gli studi

Questa esperienza mi incoraggiò a studiare psicologia. Mi sentivo in particolare attratta dalla psicosomatica e dalle diverse terapie corporee che cominciavano a diffondersi in Italia all’inizio degli anni ottanta. Non mi capacitavo del fatto che in ambito psicosomatico si affrontassero le più diverse malattie, ma non quelle oculari.

A ventidue anni continuavo a mantenere un deciso rifiuto degli occhiali, trovavo che le lenti fossero troppo spesse e mi rendessero brutta.

Il progredire della miopia

Mi ero decisa a provare le lenti a contatto morbide e di colpo ci avevo visto benissimo. Fin troppo bene per i miei gusti! Dopo poco tempo mi sembrò di dipendere da quei minuscoli oggetti, non potevo fare a meno di portarle. Di notte sognavo di perderle e mi sentivo di colpo perduta. Inoltre tendevo a nascondere agli altri il fatto che le portassi, come se fosse qualcosa di cui vergognarmi.

A sbloccare la situazione arrivò una terribile congiuntivite che durò per dei mesi: la congiuntiva si arrossava solo quando provavo a mettere le lenti a contatto. Anni dopo avrei scoperto che queste congiuntiviti spesso colpiscono i portatori di lenti morbide: è una difesa dell’occhio per evitare che la cornea vada in asfissia per la mancanza di ossigeno provocata dall’uso delle lenti.

Per la seconda volta nella vita mi arresi ad un disturbo: pensavo che non avrei più tentato di mettere le lenti, avrei rinunciato a prendere la patente e a svolgere attività che richiedevano una visione nitida. Pazienza, mi sarei tenuta il mio mondo sfuocato di – 6.50 diottrie di miopia e -2.00 di astigmatismo, perché a questi valori era arrivato il mio disturbo.

Il mio primo flash

Un giorno presi una corriera. Guardavo distrattamente fuori dal finestrino e… improvvisamente vidi tutto perfettamente a fuoco come se avessi le lenti. Il fenomeno durò circa un minuto poi tornai a vedere come prima.

Era il mio primo flash di visione nitida. In seguito ne avrei avuti molti altri. Allora non potevo capire cosa mi fosse successo. Un po’ di tempo dopo avrei scoperto che a provocarmi quella messa a fuoco erano state le immagini in movimento di fuga viste dal finestrino. Questa isolata esperienza stimolò notevolmente la mia curiosità.

L’incontro con William Bates

Stavo studiando psicologia generale sul manuale Dember-Jenkins, quando lessi poche frasi illuminanti a proposito dei vizi di rifrazione. Per il trattamento, c’era scritto, esistono due teorie differenti:

  • la teoria strutturalista che considera il difetto di vista una deformazione organica dell’occhio da correggere con lenti correttive
  • la teoria funzionalista che considera questa deformazione dovuta a contratture dei muscoli oculari correggibile con esercizi.

C’era un rimando a piè pagina che indicava alcuni libri, il nome di rilievo era quello dell’oculista americano William Bates. Non trovai nessuno di quei libri in Italia per cui me li feci inviare dagli Stati Uniti. Erano per lo più piccoli manuali che indicavano esercizi da eseguire per eliminare gli occhiali e fornivano consigli dietetici. Veniva citato il Dott. Bates come ispiratore di queste pratiche, ma tutti i testi avevano ben poco di scientifico.

Decisi di imparare gli esercizi contenuti nei testi che avevo raccolto e di provarli su me stessa.

Lo Yoga

Nel frattempo il mio insegnante di yoga, il belga Van Lysebeth, tenne un corso sulla vista in cui spiegò altri esercizi. Mi parlò inoltre di una clinica per la vista che applicava questi principi in India, a Pondicherry, fondata dall’oculista indiano Dott. Agarwal.

In quel periodo insegnavo yoga in un centro a Milano. Mi venne l’idea di proporre agli allievi con problemi di vista un apposito corso. Fu un successo inaspettato.

I corsi itineranti

Iniziai a tenere corsi anche in altre città: Torino, Brescia, Padova, Venezia, Genova e Roma. I corsi che proponevo allora erano per 25 persone. Ne tenevo quasi uno ogni due mesi: sperimentavo così gli esercizi su circa 100 persone ogni anno.

Ad uno di questi seminari partecipò una giornalista del quotidiano “Il Giorno”. Questa signora, commossa dai flash di visione nitida sperimentati, volle scrivere la sua esperienza in un articolo. Era il 1983 e fui sommersa da lettere e telefonate.

Tutte quelle richieste di aiuto mi eccitarono e imbarazzarono allo stesso tempo: non ero che una studentessa di ventiquattro anni che stava sperimentando, per giunta miope. Mi sentii investita di una responsabilità più grande di me, ero combattuta tra il desiderio di aiutare gli altri e la paura di alimentare false speranze. Decisi di proseguire cercando di essere il più possibile onesta e sincera.

Volevo approfondire l’argomento e lo proposi come tesi di laurea ad un docente sperimentalista che si occupava di percezione visiva.

Gli iscritti ai miei corsi mi aiutarono riferendomi le loro esperienze visive e i risultati ottenuti.

Il materiale rieducativo

Nel mio appartamento di studente cominciai a realizzare a mano i disegni e le tavole che mi sarebbero serviti per creare nuovi esercizi visivi. Provavo gli esercizi e le tabelle prima su di me e poi sui corsisti.

I flash si moltiplicavano e avvenivano anche spontaneamente, quando camminavo per la strada o quando guardavo lontano. Che emozione! Era un misto di gioia e di paura.

Cominciavo a capire che non è facile imparare a vedere con i propri occhi, intuivo che questo processo andava a toccare molti piani della persona.

L’aspetto psicosomatico

Avevo messo a punto una scheda che mi permetteva di raccogliere informazioni sui partecipanti ai corsi: la storia del disturbo, le componenti ereditarie, le abitudini ed elementi della vita personale. C’erano quasi sempre correlazioni molto strette tra l’andamento di un disturbo di vista ed episodi significativi della vita. Le persone compilavano la scheda con un’intensità emotiva particolare. Sembravano scoprire chiavi di lettura nuove del loro problema. Questo mi incoraggiava ad approfondire l’aspetto psicosomatico.

 La magica India

Nel frattempo mi ero procurata tutta la bibliografia reperibile sull’argomento, ma il libro originario di Bates sembrava essere introvabile nelle librerie e biblioteche delle principali città europee e americane. Mi ricordai del Dott. Agarwal e della clinica denominata “School for Perfect Eyesight” di Pondicherry.

Comprai il biglietto per un viaggio di tre mesi: sarebbe stata una vacanza studio e il ritorno ad un continente che mi aveva affascinata dieci anni prima, l’India. Mi proposi come paziente della clinica.Il trattamento iniziava con la valutazione del disturbo visivo. Dopo l’esame dovevo seguire un programma di esercizi tutti i giorni per due volte, una al mattino e una al pomeriggio.

La prova del mio miglioramento

Da tanto tempo non mi sottoponevo a una visita oculistica. Temevo che un oculista “tradizionale” potesse convincermi, in un controllo di pochi minuti, che avevo intrapreso una strada sbagliata.

La mia gioia fu grande quando la dottoressa della clinica mi disse che la mia miopia era di – 4.50 diottrie con -0.75 di astigmatismo. In quel primo periodo di trattamento autodidatta, durato circa due anni, ero dunque obbiettivamente migliorata.

Il libro di William Bates

Ero andata a Pondicherry anche come laureanda e la dottoressa della clinica lo sapeva. Pochi giorni prima di ripartire ricevetti da lei il regalo più grande che potessi desiderare in quel momento: “The Cure of Imperfect Sight by Treatment Without Glasses” di W. H. Bates, M.D. del 1920. Era il libro che avevo tanto cercato, finalmente tra le mie mani! Si trattava di un’opera scientifica con i risultati di esperimenti effettuati su animali e con l’osservazione di casi clinici. Era poi descritta la teoria dell’autore e la proposta di cura. A lato delle pagine vi erano annotazioni di Agarwal. Mai un libro mi era sembrato più prezioso, lì dentro erano racchiuse due personalità: Bates e Agarwal che lo aveva studiato. Era come il passaggio di un testimone.

La mia cura alla clinica finì con una prescrizione di -3.50 diottrie di miopia senza più astigmatismo, ero soddisfatta del risultato.

Mi ero recata in India per compilare una tesi, avevo poco a poco raggiunto uno stato interiore di pace e di grazia mai provato prima. Avevo incontrato medici e terapeuti molto evoluti spiritualmente, imparato a meditare e respirato l’energia del luogo. Sentivo che anche a questo dovevo il mio miglioramento di vista. Salii sull’aereo per far ritorno in Italia con la sensazione di aver vissuto in un mondo di magia.

Il mio destino

Tornata a Milano comprai un nuovo paio di occhiali con lenti di -3.50 diottrie che trovavo decisamente più accettabili e mi decisi a prendere la patente. Ero animata da una forza nuova. Cominciavo a pensare che, se per ogni persona c’era un destino, il mio dovesse essere quello di occuparmi di occhi.

Studiando il libro del Dott. Bates mi resi conto che pochi conoscevano a fondo il suo lavoro. L’opera era stata ristampata solo in una versione molto ridotta in cui era stata tolta tutta la parte storica e sperimentale.

Volevo rivalutare l’opera di William Bates. Gran parte della mia tesi sarebbe stata imperniata su di lui. Il suo pensiero era veramente ricco di fascino, mi piaceva non solo per la rivoluzionaria visione dell’oculistica, ma anche per la profonda capacità di analisi umana.

Si chiude la fase pioneristica

Alle soglie della laurea avevo ormai acquisito un gran bagaglio di esperienza. Erano passati otto anni da quando era apparso il primo articolo su “Il Giorno”. Mi trovavo a presentare una tesi sperimentale che si avvaleva di una casistica di 800 persone.

Ero arrivata a ideare un programma di esercizi che presentavo nella tesi come possibile metodo rieducativo. I risultati erano incoraggianti: circa il 40% dei miei soggetti era migliorato stabilmente e quasi tutti avevano avuto flash, episodi di visione nitida.

Avevo acquisito una conoscenza nel campo della visione che mi permetteva di parlare con competenza con un oculista, uno psicologo, un ottico, un optometrista e un’ortottista. Non sapevo più neanch’io a quale categoria appartenessi.

Lo studio di Milano

Nel luglio del ’90 mi laureai a pieni voti. Da ingenua studente ero convinta che essendo il mio un lavoro sperimentale mi avrebbero supportato in ambito universitario, ma non fu così. Avvertii un enorme divario tra l’entusiasmo che mi avevano dimostrato i miei allievi aiutandomi in tutti i modi e il disinteresse e l’indifferenza degli psicologi accademici.

Aprii il mio studio di rieducazione nell’autunno del ‘90 e cominciai a lavorare affiancata da un’optometrista per le visite. Molti dei miei 800 allievi divennero ben presto i primi pazienti, li avrei finalmente seguiti in tutte le fasi della terapia.

La psicoterapia

Mi iscrissi ad una scuola di specializzazione in psicoterapia ad indirizzo psicosomatico di Milano e divenni psicoterapeuta nel ‘94 con una tesi sugli aspetti psicosomatici della visione.

Negli anni della specializzazione il mio lavoro si trasformò molto. Nel periodo universitario ero focalizzata sul mettere a punto tecniche efficaci per costituire il mio metodo e sulla raccolta di risultati scientifici, a quel punto potevo prestare maggiore attenzione all’aspetto umano.

Facevo delle piccole grandi scoperte insieme ai pazienti che vivevano l’esperienza. Gli attimi in cui un “messaggio” si rivelava erano delle magie che mi ricordavano l’intuizione sulla mia amenorrea. I veri risultati erano i cambiamenti di coscienza delle persone, non tanto i miglioramenti che i miei pazienti continuavano a sottoporre ad oculisti disinteressati. Quei momenti mi ripagavano in un istante degli sforzi fatti.

Nel frattempo la stampa continuava a occuparsi di me. Occasionalmente uscivano articoli che parlavano del mio lavoro come una novità. Inoltre scrivevo articoli per le riviste di psicosomatica. Ero sempre più conosciuta e il mio studio più frequentato. Questo mi dava la possibilità di osservare molti casi.

Lavoravo tanto perché ero curiosa; avevo fatto una selezione accurata degli esercizi più efficaci, conoscevo a memoria le reazioni degli occhi alle pratiche, ero in grado di prevedere le domande dei pazienti e interpretare i loro fenomeni visivi.

I primi collaboratori

Un giorno venne nel mio studio un oculista. Era preoccupato per la miopia di sua figlia e mi chiese di aiutarlo. Fortunatamente riuscii a ridurre la miopia della bambina da -6.00 a -2.00 diottrie e a riportare l’acuità visiva nella norma.

Questo oculista, sensibilizzato dalla sua esperienza personale, decise di collaborare con me.

Visitava i pazienti rieducati e verificava i migliora menti. Ci riunivamo ogni settimana io, lui e l’ottico e contattologo Gianpaolo Maestroni. Eravamo un bel terzetto, discutevamo i casi e formulavamo nuove ipotesi.

Riprendo la pratica su me stessa

A questo oculista decisi di sottoporre nuovamente la mia vista perché la controllasse. Portavo la correzione solo per guidare, il cinema e la televisione. I flash di visione nitida erano così frequenti che potevo tranquillamente muovermi senza portarmi dietro gli occhiali perché riuscivo a mettere a fuoco tutto quello che poteva servire per la vita pratica.

Tuttavia l’occhio destro risultava più debole del sinistro, dunque i due occhi erano sbilanciati e nel corso degli anni avevo imparato l’estrema importanza dell’equilibrio binoculare.

Dalla visita ebbi la conferma che i miei occhi stavano piuttosto bene: riuscivo a vedere senza correzione 8/10 monocularmente e 10/10 binocularmente. Questa visione non era comunque costante, ma la ottenevo per brevi istanti con un po’ di esercizio.

Per vederci stabilmente bene necessitavo di una correzione di -2.50 diottrie all’occhio destro e -2.00 al sinistro. L’astigmatismo era ormai irrilevante. Entrambe le retina si presentavano particolarmente belle e ben irrorate, non sembravano appartenere ad occhi miopi.

Ero decisamente soddisfatta del risultato, il mio amico oculista mi prescrisse le lenti con riluttanza: “Perché non ti impegni ancora un po’ e elimini del tutto gli occhiali? Ci sei quasi…”

Era l’inizio del ‘95, mi resi conto che mi ero dedicata con il cuore ai miei pazienti, ma avevo trascurato me stessa. Decisi che quell’estate, con un po’ di tranquillità, avrei lavorato a fondo sul mio occhio destro.

La formazione

Il lavoro continuava a procedere sempre meglio e i risultati delle mie terapie iniziavano a diffondersi. Nell’arco di pochi mesi vennero a trovarmi in studio diversi oculisti chiedendomi, con un’incredibile sincronicità, di tenere un corso di formazione sulla mia metodologia. Era il massimo che avrei potuto desiderare.

Mi ero accorta che in generale rispetto agli inizi degli anni ‘80, quando avevo cominciato a ricercare, erano stati pubblicati diversi libri che citavano Bates.

Accettai di formare un piccolo gruppo composto da sei oculisti, uno psicologo, un’ortottista, un medico sportivo e un contattologo, per un totale di dieci iscritti, e invitai tutti per un incontro di presentazione

Ero gonfia di orgoglio e un po’ saccente: stavo per diffondere il frutto dei miei studi. Erano i primi giorni dell’estate, in autunno avrei iniziato il corso di formazione. Potevo chiudere lo studio e prendermi due mesi pieni di vacanze.

La crisi

Fu proprio quell’estate, in cui tutto sembrava andare a gonfie vele, che arrivò la crisi.

Decisi di esercitare i miei occhi quotidianamente, come consigliavo di fare ai miei allievi nel primo periodo di rieducazione

Stavo bene, ero rilassata e piena di voglia di fare e fui assalita da un inaspettato malumore.

Il mio stato d’animo peggiorava di giorno in giorno e cominciai a piangere senza motivo apparente. Erano fiumi di lacrime e decisi di interrompere gli esercizi.

Avevo ormai imparato che esisteva una stretta relazione tra ciò che si vede e ciò che si è: modificando il modo di vedere stavo cambiando anche il modo di percepirmi. Non mi sentivo più la stessa.

Tutto quello in cui avevo molto creduto, il mio lavoro, il riconoscimento, la notorietà, mi parvero obbiettivi inutili. Era come se mi fossi accorta di colpo di essere anche una donna. Sentivo che avevo bisogno di spensieratezza, di divertimenti, di coltivare gli affetti. Chissà se avrei potuto ancora avere un bambino. Possibile che non ci avessi pensato fino a quel momento? Rassicurata nel mio ruolo di amorevole terapeuta avevo completamente adombrato il mio femminile.

Improvvisamente capii perché i miei pazienti frenavano il loro entusiasmo dopo il primo periodo di rieducazione: non era poi così bello vederci bene, era come mettersi di fronte a uno specchio che ti mostra senza scrupoli come sei. Tornai a Milano decisa a rinunciare al corso di formazione.

Di nuovo la medicina antroposofica

In tutti questi anni ho spesso avuto la sensazione di perdere tempo, paura di sbagliare e di andare avanti. Ogni volta che mi è capitato, una nuova porta si è aperta.

Per la seconda volta nella mia vita un medico antroposofo mi aiutò, con molto amore, ad uscire dai miei problemi. Mi convinse a continuare il lavoro, anche se lo avevo visto come un nemico che mi aveva allontanata da me stessa. Capii che il contatto con i pazienti era fonte di gioia e sana soddisfazione. In un momento di crisi mi tranquillizzava sapere che stavo facendo del bene. Lentamente riacquistai fiducia in me stessa.

Dissi con sincerità al mio gruppo che il corso di formazione era rimandato perché non mi sentivo moralmente bene. E loro mi dimostrarono comprensione e grande pazienza. Ci misi un anno a ritrovarmi.

Nel settembre del ‘96 il corso di formazione iniziò e terminò nel dicembre del ’97. Abbandonai gli atteggiamenti di competizione e di rivalsa che mi avevano accompagnata negli anni di ricerca. Rivalutai l’esperienza che avevo accumulato e la capacità di mantenere viva l’osservazione dei pazienti che si rivolgevano a me. Questo potevo insegnare ai miei corsisti, con semplicità ed umiltà. Tanto meglio per loro aver atteso un anno, perché ero veramente cambiata.

Ero riuscita a sintetizzare e scrivere la mia metodologia in modo da renderla utilizzabile dagli specialisti interessati.

La maternità

Mi ero anche trasformata come donna, avevo ritrovato il mio femminile. Alla data dell’ultimo incontro del mio corso annunciai, felice, di essere incinta.

Essere diventata madre ha fatto maturare le mie capacità terapeutiche. Non ho più la sensazione di indagare gli animi delle persone per scoprire importanti relazioni tra la psiche e la vista, ma di accogliere i disagi del paziente per aiutarlo a cambiare in positivo.

Pochi mesi dopo il primo compleanno del mio bambino ero incinta di nuovo. Questa volta era una bella bimba. Dopo un mese dalla sua nascita comparvero le coliche che sarebbero durate tre mesi esatti. Una neonata che piange sempre cattura l’attenzione di entrambi i genitori e anche dei nonni, se sono a disposizione… Mio figlio, che era piuttosto buono, si ritrovò in secondo piano.

Quando le coliche finirono e la mia piccola cominciò ad essere sorridente e felice, il bambino aveva due anni e mezzo e iniziò a mettere un occhio completamente in dentro. Era diventato strabico convergente nel giro di una settimana.

Piangevo e avrei voluto negare la realtà, non avevo nessun caso di strabismo in famiglia. All’esame oculistico con l’atropina risultò ipermetrope e astigmatico, nella mia famiglia e in quella di mio marito eravamo tutti miopi. Da dove usciva questo disturbo?

 La mia esperienza con lo strabismo

I miei collaboratori cercarono di consolarmi, mi ricordarono che avevo insegnato loro che uno strabismo può insorgere in seguito a un trauma infantile. E che un esempio classico è quello della nascita di un fratellino “rompiscatole”.

Così io, che avevo tolto gli occhiali a un sacco di bambini, li misi a mio figlio. Fu il mio paziente più piccolo: osservai la sua visione binoculare perdersi nel giro di due mesi e ci misi quattro anni a recuperarlo completamente. Oggi mio figlio ha riacquisito la visione binoculare e io ho approfondito le mie conoscenze sulla riabilitazione dello strabismo.

Nuove scoperte

Nel frattempo anche la mia vista si era come bloccata. Ripresi a fare gli esercizi che, tra impegni di lavoro e famiglia, avevo un po’ abbandonato. Scelsi pratiche semplici, ma sentii che comunque mi stavo agitando. Procedetti con pazienza e un giorno dopo l’altro lasciai fluire quello che c’era dietro la mia miopia.

Emersero alla mia coscienza scene del passato che avevo completamente dimenticato perché troppo dolorose. Gli episodi risalivano proprio all’epoca dell’insorgere della miopia: i miei undici anni. Praticando gli esercizi volgevo gli occhi sulla grande parete bianca dello studio. Come una proiezione cinematografica mi apparivano le immagini una dopo l’altra provocando nel mio cuore una forte emozione. Il primo sentimento fu di incredulità, avevo veramente vissuto quelle situazioni o le stavo solo fantasticando?

Il mio medico fu l’unica persona informata allora di quanto mi stava succedendo. Poco alla volta mi tirò fuori dalla bocca i racconti e, ricostruendo il passato insieme a lui, ebbi la certezza di non essermi inventata niente.

I muscoli degli occhi trattengono le immagini che la nostra anima non ha la possibilità di integrare, e il difetto di vista è una delle chiavi per tornare al trauma. Niente era più come prima. Quel riaffiorare di ricordi che procedeva come un flusso continuo mi stava facendo rivedere la mia vita in un modo completamente nuovo. Ciò che pensavo di aver provato in momenti del passato si rivelava un inganno e riaffioravano le vere emozioni provate allora. Il percorso era doloroso: era come aver tradito me stessa.

Provai con discrezione lo stesso tipo di pratica con i pazienti più evoluti. L’effetto fu identico: riaffioravano ricordi dal denso contenuto emozionale che provocavano pianti e reazioni intense. L’aspetto più interessante è che non li avevo spinti a quelle situazioni con dialoghi e domande, ma semplicemente facendo muovere gli occhi. Molto spesso gli episodi che riaffioravano corrispondevano al periodo in cui era insorto il disturbo visivo del paziente. Il ripetersi di queste reazioni mi ha dato conferma che il metodo sta evolvendo verso un piano di indagine più profondo.

Vista e ricordi

Come avevo già fatto in passato, decisi di completare l’esperienza su di me.

Mi feci fare dall’amico e collaboratore Maestroni delle lenti a contatto semirigide che pareggiassero i due occhi. L’occhio sinistro infatti, che era sempre stato il più forte, era inspiegabilmente peggiorato.

Le avrei usate poco, lo stretto necessario, l’importante era averle a disposizione. Nel frattempo provai personalmente il nuovo protocollo che avevo messo a punto per l’elaborazione dei ricordi rimossi.

Mi affidai ad una collega per discutere il tutto, ero ben consapevole che anche se sei un addetto ai lavori hai bisogno di un professionista neutrale che controlli dove stai andando. L’esperienza è stata forte ed emozionante. I contenuti della nostra indagine, così pregnanti, saranno oggetto di una prossima pubblicazione.

Il contattologo ha dovuto rifarmi le lenti tre volte perché continuavo a migliorare, devo ancora dirgli che non mi servono quasi più anche se mi sono state estremamente utili.

Ora il Metodo Zandonella ha una nuova sezione che si occupa di rievocazione e elaborazione di ricordi traumatici. La pratica è già stata sperimentata da alcune decine di pazienti negli ultimi tre anni.